Google giornalismo

E’ Google il miglior giornalista 2013? La rete supera la fantasia, e la stampa

Google giornalismo

Hal Varian, Chief Economist di Google, ha ritirato il premio “E’ Giornalismo” 2013.

“Uno stimolo a cercare una strada che accomuni le esigenze dei nuovi mezzi di comunicazione a quelle del giornalismo più autentico”.

Con questa motivazione  la giuria del premio “È giornalismo” 2013 ha conferito il riconoscimento a Hal Varian, Chief Economist di Google, qualche giorno prima del 15esimo compleanno del motore di ricerca e qualche giorno dopo l’avvio del nuovo ambizioso algoritmo Hummingbird che nei prossimi mesi darà non poco filo da torcere agli esperti di SEO, ancora alle prese con le alchimie di Penguin.

Internet significa democrazia? McLuhan sosteneva che il medium fosse il messaggio. Ora il medium è anche l’autore.
Google – e più in generale la rete – a quanto pare ha portato democrazia nell’informazione, concretizzando un principio costituzionale valido in Italia (e in tante altre cosiddette ‘democrazie’), ma occorre cautela prima di attribuire un’accezione positiva al termine democrazia, soprattutto in riferimento a variabili chiave del giornalismo come la qualità, l’attendibilità e l’imparzialità della notizia.

Chi cerca qualità nell’informazione non la può trovare in un sistema dell’informazione che è il prodotto di una democrazia mistificata alla base attraverso l’informazione stessa.

Io la vedo così: il sistema nel suo complesso è un’iterazione i cui frutti saranno sempre artificialmente alterati in assenza di meccanismi di controllo qualitativo scevri da strutture legali (vedasi l’anacronistico ordine corporativo dei giornalisti) o economiche (vedasi i capitali investiti per dirottare lettori presso le proprie testate).

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Notizie = Informazione – Comunicazione. (Fortunatamente) le fonti di informazione  appaiono sempre più il frutto della partecipazione collettiva di un crescente numero di lettori e autori, con sempre minori mediazioni se non dovute all’autorità della fonte (determinata da algoritmi e trucchi per aggirarli, piuttosto che da saccenti commentatori). I neologismi nati in rete (un tempo si sarebbe detto blogosfera ma oggi appare riduttivo, quasi desueto) vengono vulgarizzati nel giro di pochi tweet. Quelli nati sulla carta rischiano di rimanere lì. Non sono più i tempi del darsi all’ippica di Starace o dei goleador di Brera. La rete tra reti (letteralmente, internet), soprattutto grazie all’amplificazione data dalle piattaforme social, ormai integrate pressoché ovunque, è divenuta un marasma nel quale comunicazione e informazione, buone o cattive che siano, si mescolano inevitabilmente. Questo post non è una notizia (e mai potrebbe avere la pretesa di esserlo), ma un commento, eppure una volta indicizzato da un aggregatore, tanto più se postato su una testata giornalistica, appare come una notizia.

In rete siamo tutti giornalisti. Soprattutto fra blogger che si occupano di attualità, vale sempre più il detto: “siamo tutti giornalisti!”, ma in tale campo i veri professionisti continueranno a distinguersi da mediocri e troll iscritti all’ordine solo grazie alla qualità dei loro coraggiosi e difficili approfondimenti, inchieste, dossier (e non dossieraggi, sia chiaro). A mio modesto vedere, i giornalisti professionisti potrebbero essere definiti degli abili (e rapidi) storici contemporanei e gli storici contemporanei a loro volta potrebbero anche essere definiti abili e rapidi geografi umani.

notizieDistinguere l’informazione dal resto spetta al lettore. Anche grazie all’amplificazione di aggregatori customizzabili (come il defunto Google Reader) o precustomizzati (come il sempreverde Google News) i cui contenuti variano a seconda delle scelte pregresse dell’utente – i cookies hanno eroso spazio vitale agli analisti di mercato – quel che resta al di fuori delle poche, valenti “notizie” sulla stampa è costituito da comunicati, opinioni, chiacchericcio, mistificazioni, dossieraggi, vanità, fuffa, gossip e affini, e pubblicità anche velata da content marketing (=markette). Pur essendo stilosi e riportando in calce la firma di un giornalista professionista, che sia sopravvalutato o, come spesso accade, sottopagato (= manovalanza intellettuale), tali tipologie di contenuti non dovrebbero avere alcuna dignità di essere definite giornalismo, neppure dilettante. Eppure compaiono regolarmente, in massa, fra le notizie, oscurando la qualità sempre più difficile da digerire da parte di un’utenza drogata dal sensazionalismo e in cerca di una fruizione caratterizzata da rapidità, superficialità, customizzazione e  lotta  contro una pubblicità sempre più invadente e noiosa.

Sequenzialità vs. caos. Quello che oggi, nell’ambito dell’informazione, probabilmente spaventa di più, è il venir meno della regia palese (vera o verosimile che sia) che un tempo selezionava e/o produceva e ordinava sequenzialmente le informazioni trasformandole in notizie. In assenza di tale guida, le notizie appaiono spurie, degradate a informazioni, mistificate, ripetute, ridondanti, passate di mano, riprese, cancellate. non ci sono più direzioni chiare, ma confuse, in seguito alla sovrapposizione di più regie temporanee, con gradi di autorità estremamente variabili anche in breve tempo (il real-time marketing applicato all’informazione che in casi di fail può causare più danni economici in un giorno di una cattiva gestione operata per anni, vedasi il caso #boicottabarilla ad esempio).

caosForse, in questo caos, diventeremo pazzi (cit. Andrea Aufieri, grande amico e ottimo giornalista, dal cui commento Facebook è partito lo spunto per questo post), ma prima di internet credo che ci fosse stata eccessiva ingenuità nel riporre fiducia in fonti di informazione gravemente alterate da regie palesi, il più delle volte agli ordini di poteri neppure troppo occulti. In Italia stampa di chiesa e/o di partito, Rai politicizzata e berlusconismo insegnano, ma molti continuano a fingere di non aver appreso la lezione.

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